Sicuri che le notizie false vengano dal web?

notizie che non lo erano

Una delle attività che vi sarà capitato più spesso di fare negli ultimi tempi, almeno se siete persone che bene o male utilizzano il web come fonte di informazione, è quasi sicuramente quella di postare commenti sui social del tipo: “Sicuro/a sia vero?“, “È una bufala“, “Qui dice che non è vero“. Se nel nostro piccolo ognuno di noi è diventato un fact-checker dilettante è perché il fenomeno più grande, là fuori, è quello della cattiva informazione. O meglio, di un cattivo uso dell’informazione.

La conseguenza primaria (oltre al nostro dover continuamente dubitare di qualsiasi cosa leggiamo e, soprattutto, leggono gli altri) è che molti si scagliano contro il web come matrice di tutte le falsità comunicative. In realtà la questione andrebbe ribaltata, come ha tentato di fare Luca Sofri, giornalista e direttore de Il Post,  prima nella sua rubrica per la Gazzetta dello Sport e poi nel suo ultimo libro intitolati entrambi Notizie che non lo erano (Rizzoli). Il problema, sempre più spesso, è che le notizie false profilerano perché sono proprio i media tradizionali a veicolarle e a dar loro “autorità”, rinunciando alla loro funzione storica di filtro e verifica della realtà: “Veniamo da epoche in cui eravamo abituati a pensare che quello che i media ci raccontavano fosse la realtà,” scrive Sofri. “Non è mai stato proprio vero, ma gli spazi più limitati che aveva l’informazione permettevano di illudersi che lo fosse: senza internet erano più rari gli sbugiardamenti e le contraddizioni“.

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Un altro testo interessante per contestualizzare meglio la concezione dell’informazione online è un saggio appena pubblicato da Bollati Boringhieri a firma di Charles Seife, professore di giornalismo alla New York University. Le menzogne del Web, questo il titolo, è un viaggio nel “lato sbagliato dell’informazione“. L’autore tiene a ribadire che il suo libro non è “una tirata luddista contro i mali di internet” ma sottolinea come “la cattiva informazione è una malattia che colpisce tutti noi – una malattia che è diventata incredibilmente potente grazie alla rivoluzione digitale. E non esiste vaccino“.

In realtà il vaccino è lo scetticismo di cui lo stesso Seife cerca di gettare le basi nel suo saggio, mettendo spesso a confronto le dinamiche della comunicazione con i meccanismi biologici che regolano virus e infezioni nei corpi viventi (“Nel bene e nel male, l’informazione digitale è oggi la cosa più contagiosa del pianeta“). Nelle “prime dieci massime del cyber-scettico” che chiudono il libro, Seife paragona Wikipedia a un vecchio zio, ovvero una persona ricca di esperienza e storie da raccontare, ma sulla cui veridicità bisogna spesso dubitare rivolgendosi a fonti più autorevoli. O ancora mette in guardia dalla troppa fretta con cui si danno notizie non verificate o incomplete, subito amplificate dai media, o dallo scambiare per “favori” elargiti dalla rete servizi che invece ci vengono fatti in qualche modo “pagare” (anche solo a livello pubblicitario).

Il tentativo di Sofri, attraverso i numerosi esempi di notizie distorte, e di Seife, con la sua disamina della natura virulenta dell’informazione digitale, vanno tutti in una direzione che invece i discorsi semplicistici cercano di invertire: il problema non è che una notizia provenga dal web, che è uno strumenti come altri, ma quale discorso sulla realtà cerchiamo di costruire a partire da quella notizia. Anzi, la rete ci dà possibilità di verificare e collegare le notizie alla realtà infinitamente più grandi di quelle che avevamo nei confronti dei media tradizionali. Concludendo con le parole di Sofri dovremmo “imparare a cavarcela, muovendoci con diffidenza e sapendo che dovremo arrangiarci, se vogliamo capire cosa sia vero e cosa sia falso in un mondo in cui c’è un sacco di falso, ben stampato“. E il web, in questo, è nostro alleato.

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