Wordsmith è davvero una minaccia per i giornalisti?

(Foto: Corbis)

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Se la “nuova frontiera del giornalismo” è un software che colloca dati precaricati all’interno di pattern prestabiliti stiamo tranquilli per almeno altri 500 anni, noi giornalisti. E no, non certo perché i traguardi dell’intelligenza artificiale non siano clamorosi – basti pensare a cosa stanno combinando i supercomputer di Ibm, Watson su tutti, in campi diversissimi, dalla salute alla città del futuro che qualcuno non vuole più chiamare smart – ma perché un conto è esaltarsi per certi sviluppi, un altro scambiare un compilatore per l’assassino di un mestiere che vive di sangue, sensibilità e sensazioni oltre che di numeri e fatti.

Titoli facili si stanno infatti sprecando in queste ore su Wordsmith, un programma ancora in beta (abbiamo richiesto l’iscrizione, ci vorrà un po’ ma vi faremo sapere) sviluppato dalla statunitense Automated Insights. Per come ce la stanno raccontando, la piattaforma genererebbe articoli e recensioni personalizzabili e quindi si candiderebbe come un implacabile killer del giornalismo, almeno per come lo conosciamo. Salvo poi scoprire, semplicemente cliccando sul sito, che ovviamente – e non poteva che essere così – questo sistema ha bisogno di dati chiari di partenza e somiglia più a quei software che producono grafici e infografiche in automatico che a una miracolosa invenzione di qualche programmatore. O magari dell’amato Doc, visto che siamo in tema Back to The Future (probabilmente questo è un passaggio che il Bimby reporter non avrebbe potuto inserire).

Il secondo step necessario alla produzione del fantomatico articolo – stando alle indicazioni sul sito – prevede comunque un intervento umano (in parte, a ben vedere, anche il primo). E dunque contraddice in pieno la tesi della prematura estinzione del giornalismo confermando quella di chi, da anni, si batte invece per individuarne le dinamiche che lo stanno profondamente modificando. Quel passo intermedio è necessario per personalizzare – fondamentalmente modificare modelli linguistici prestabiliti – quei contenuti prodotti in serie. Un lavoro che un giornalista fa di base, nel semplice atto della scrittura e della composizione di un pezzo, di un testo per un servizio video o di un altro genere di contributo.

L’unica differenza, certo utilissima per alcuni tipi di pubblicazioni e servizi, sta ovviamente nella mole. Automatizzando parte del processo, “Wordsmith ti consente di comunicare come un essere umano ma su una scala che nessun essere umano può toccare”. Ma questa, se possibile, è un’ulteriore conferma che Wordsmith potrà forse esserci utile per popolare gli aggiornamenti in tempo reale sulla Borsa o sullo sport o tappare i buchi di notte, quando poche testate possono permettersi di far lavorare una redazione.

Infine c’è un elemento-chiave del tutto trascurato e che si nasconde appunto nella (fallace) dittatura dei dati. Le informazioni numeriche, contabili, quantitative e percentuali sono solo uno dei tantissimi ingredienti del grande mondo dei contenuti giornalistici. Non è un caso che la stessa Automated Insights proponga il proprio prodotto – fra l’altro, ne esistono già di simili che non hanno minimamente generato i previsti, catastrofici esiti di chi sembra voler delegare anche l’informazione a un pugno di algoritmi – anzitutto ai cosiddetti data-driven market, dalla finanza allo sport fino all’immobiliare passando ovviamente anche per una porzione del mondo dei mezzi di comunicazione.

L’impressione, insomma, è che se mai soluzioni del genere riusciranno a produrre qualcosa di più che un dispaccio (sì, si chiamavano così…) d’agenzia scritto di getto senza prevedere alcun intervento umano – troppo facile gridare alla morte del giornalismo e spiegare che be’, sì, in effetti una personalizzazione servirebbe ancora – ci saranno più utili che altro.

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